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	<title>Tradizioni &#8211; Eccellenze Calabresi</title>
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	<title>Tradizioni &#8211; Eccellenze Calabresi</title>
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		<title>Le tradizioni di Crotone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 14:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le tradizioni di Crotone: dal telaio  ai gioielli Nella provincia di Crotone l’artigianato artistico raggiunge livelli di eccezionale qualità con lavorazioni dalle radici millenarie: il sostrato mediterraneo e poi diverse influenze, tra cui quella greca, bizantina, araba, albanese, oltre che una radicata tradizione rurale legata alla vasta area del Marchesato hanno svolto un ruolo determinante sia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Le tradizioni di Crotone: dal telaio  ai gioielli</h1>
<p>Nella provincia di <strong>Crotone</strong> l’artigianato artistico raggiunge livelli di eccezionale qualità con lavorazioni dalle radici millenarie: il sostrato mediterraneo e poi diverse influenze, tra cui quella greca, bizantina, araba, albanese, oltre che una radicata tradizione rurale legata alla vasta area del Marchesato hanno svolto un ruolo determinante sia dal punto di vista delle tecniche che da quello del gusto compositivo.<br />
Nei borghi del crotonese, tra le <strong>tradizioni</strong> oltre ai merletti, al tombolo e ai pizzi, le tessitrici producono col telaio a mano incantevoli coperte multicolori e splendidi arazzi. Molto diffusa, e dalle origini assai antiche, anche la lavorazione della ceramica (da Caccuri, ad esempio, proviene un originale esemplare di terracotta risalente al periodo compreso tra il XII e il XIII secolo, dipinto in verde, giallo e marrone, con bacino di ceramica ingobbiata, di sicuro influsso siculo-musulmano). Ben rappresentati, poi, la produzione di antichi strumenti musicali (ad esempio a Cutro) e l’artigianato del legno (anche qui, come nel Reggino, una delle forme più originali di lavorazione lignea è la cosiddetta “arte dei pastori”, che si basa sulla tecnica dell’intaglio; di grande valore, in particolare, la produzione di pipe: presso il Mercatino dell’Antiquariato, che si tiene ogni domenica a Crotone, è possibile reperirne, infatti, pregevolissimi esemplari da collezione). Un posto d’onore, meritano, infine, la lavorazione dell’oro e dell’argento, soprattutto nel capoluogo. Le botteghe espongono splendidi gioielli, molti dei quali di chiara ispirazione magnogreca, non senza richiami agli stili arabo, bizantino e barocco. Molto vario è l’uso dei materiali, che spesso si alternano nello stesso gioiello: l’oro, le perle, la corniola, il corallo, la filigrana, le pietre dure e quelle preziose, la ceramica, il legno e gli smalti particolari.<br />
Da queste ardite e armoniose combinazioni, con le quali le abili mani di sapienti artigiani ricavano particolari effetti di chiaro-scuro, nascono gioielli di assoluta originalità, sempre più conosciuti e richiesti non solo dal mercato italiano ma anche da quello straniero.</p>
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		<title>La Vergine del Capo</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/la-vergine-del-capo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 14:27:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni religiose]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Vergine del Capo: il culto della Madonna di Capo Colonna Nei luoghi in cui un tempo si innalzava il santuario di Hera Lacinia, sull’estrema punta del Capo, sorge oggi, insieme al faro e a una torre di avvistamento cinquecentesca, una chiesetta moderna, ma di fondazione medioevale, dedicata alla Madonna di Capo Colonna, patrona di Crotone. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>La Vergine del Capo: il culto della Madonna di Capo Colonna</h1>
<p>Nei luoghi in cui un tempo si innalzava il santuario di Hera Lacinia, sull’estrema punta del Capo, sorge oggi, insieme al faro e a una torre di avvistamento cinquecentesca, una chiesetta moderna, ma di fondazione medioevale, dedicata alla <strong>Madonna di Capo Colonna</strong>, patrona di Crotone. Al centro di questo culto mariano un’icona (di stile siriano-bizantino), del X o dell’XI secolo, raffigurante la Vergine col Bambino, ritenuta prodigiosa perché scampata, agli inizi del XVI secolo, al tentativo di distruzione da parte dei Turchi durante una delle loro frequenti scorrerie sulla costa.<br />
Già alla fine del ‘500 e agli inizi del ‘600, si era diffusa la fama della natura miracolosa del dipinto, che elargiva grazie solo se era condotto dalla cattedrale, in cui allora si trovava, al suo luogo d’origine, la piccola chiesa del Capo. Ogni volta che la pioggia, ad esempio, tardava, e solo dopo che ogni tentativo (processioni, diversi giorni di lodi, 40 ore di preghiera in cattedrale) si era rivelato inefficace, solo allora il vescovo poteva concedere, come ultima possibilità, di invocare la grazia della Madonna portandone la sacra immagine alla chiesa del Capo. La decisione di effettuare la processione era di pertinenza vescovile, ma essa si rendeva possibile solo in seguito alla formale richiesta da parte del governo cittadino.<br />
Si trattava dunque di un evento eccezionale, per il quale si promulgava un editto e si mandavano avvisi alle comunità e alle chiese vicine. Cantate prima in cattedrale otto giorni di lodi, la processione ne usciva con la sacra icona e, lasciata alle spalle la città, procedeva lungo la strada della marina in direzione di Capo Colonna. Giunti alla chiesetta, erano celebrate le 13 messe della grazia e compiute molte preghiere. Al ritorno, l’immagine era portata nella chiesa del monastero di Santa Chiara, ove rimaneva per tre giorni, circondata dalla devozione popolare. Infine, essa era restituita alla cappella della cattedrale, con grandi festeggiamenti, luminarie e spari di cannone. Molti i motivi per i quali si invocava l’aiuto della Vergine: per guarire da malattie, per ottenere la protezione da catastrofi, in caso di pestilenze, per tenere lontani i Turchi, i banditi o i demoni.</p>
<p>Ma quella preminente era la supplica relativa alla fertilità. L’azione prodigiosa della Vergine prescindeva da sesso, razza, luoghi, ceto sociale: chiunque poteva ottenere la grazia; così la Madonna del Capo diventò presto famosa per il grande numero di miracoli. La festa in suo onore ha, dunque, radici molto antiche e profonde. Oggi, la processione in Suo onore si svolge ogni anno nel mese di maggio, mese tradizionalmente legato a Maria. I riti legati alla festa hanno inizio il trenta di aprile, nel giorno in cui la copia dell’icona (denominata “quadricello”), tolta dalla cappella del duomo viene posta nei pressi della navata centrale; dopo le celebrazioni di rito, che si svolgono in diversi giorni del mese, nella terza domenica di maggio la solenne processione notturna si muove verso Capo Colonna, che dista poco meno di 15 km dal capoluogo.</p>
<p>Il Quadricello viene portato fuori dal duomo all’una del mattino; alla luce delle fiaccole, seguito dai fedeli, esso giunge dapprima al cimitero, dove il vescovo recita un’omelia, poi, alle prime luci dell’alba, alla chiesetta del Capo. Rimasta nella piccola chiesa fino al tramonto, l’icona viene imbarcata a bordo di un peschereccio (la Paranza), per essere trasportata via mare fino al porto turistico di Crotone (molo Sanità).<br />
La cerimonia è delle più suggestive: il peschereccio, magnificamente addobbato e illuminato, è seguito da altre imbarcazioni, mentre la notte si illumina dei mille colori dei fuochi pirotecnici che rischiarano tutto il viaggio via mare: una folla trepidante attende sul molo il ritorno in città della Vergine, salutato da un tripudio di fuochi multicolori. Ogni sette anni, la festa è ancora più solenne, perché il quadro portato in processione non è la copia moderna, ma l’originale: le celebrazioni sono più intense e durano più a lungo e il dipinto non viene imbarcato per il rientro, bensì trasportato su un carro trainato da buoi. La processione, dunque, non termina al Capo, ma ripercorre a ritroso la stessa via percorsa durante la notte.</p>
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		<title>Un percorso di Fede</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/un-percorso-di-fede/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 14:21:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un percorso di Fede Il 2 aprile del 1507, si spegne nei pressi di Tours, in Francia, San Francesco di Paola, patrono della Calab ia e  fondatore dell’ordine dei Padri minimi. Una vita lunga e piena di  miracoli quella del Santo, interamente votata alla povertà e ad una mistica penitente cui neppure le lusinghe dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Un percorso di Fede</h1>
<p>Il 2 aprile del 1507, si spegne nei pressi di Tours, in Francia, San Francesco di Paola, patrono della Calab ia e  fondatore dell’ordine dei Padri minimi. Una vita lunga e piena di  miracoli quella del Santo, interamente votata alla povertà e ad una mistica penitente cui neppure le lusinghe dei re e gli onori tributati ovunque riescono a sottrarlo. Nato a Paola nel 1416, Francesco mostra, sin dall’adolescenza, una profonda spiritualità, coltivata nell’ascesi e nella preghiera; eremita e taumaturgo, promuove, col suo stile di vita, un apostolato sempre critico nei confronti del potere temporale e della ricchezza.<br />
Nel 1474 papa Sisto IV riconosce finalmente il nuovo ordine di eremiti, la cui regola, rigorosamente austera, è approvata poi da Alessandro VI. Prima della partenza per la Francia, dove trascorre più di venti anni e dove muore senza mai aver fatto ritorno nella sua terra natale, San Francesco esplica un’intensa attività di evangelizzazione proprio nel territorio della provincia di Cosenza, dove fonda ben quattro conventi: a Paola, nel luogo del primo eremo, in cui è custodito quanto rimane delle sue spoglie mortali, a Paterno Calabro, a Spezzano della Sila e, infine, a Corigliano. Là dove tutto è cominciato, nella grotta umida nella quale la fama di santità attira folle di devoti e i primi proseliti, sorge oggi lo splendido santuario di Paola, che, cresciuto nel corso dei secoli, conserva ancora inalterati, per le moltitudini di pellegrini e di visitatori che ripercorrono un cammino di fede, il carisma e la spiritualità delle origini.</p>
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		<title>L&#8217;eredità del passato</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/leredita-del-passato-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 14:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;eredità del passato Conosciuta soprattutto per l’incantevole e potente fascino della sua natura, la provincia di Cosenza sorprende  anche per l’inesauribile e variegata ricchezza delle sue vestigia, frutto di una storia sedimentata attraverso i millenni. Ovunque si volga lo sguardo, il territorio è punteggiato di castelli e borghi storici, chiostri e monasteri, chiese e antichi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>L&#8217;eredità del passato</h1>
<p>Conosciuta soprattutto per l’incantevole e potente fascino della sua natura, la provincia di Cosenza sorprende  anche per l’inesauribile e variegata ricchezza delle sue vestigia, frutto di una storia sedimentata attraverso i millenni. Ovunque si volga lo sguardo, il territorio è punteggiato di castelli e borghi storici, chiostri e monasteri, chiese e antichi palazzi, che alla seduzione di splendide architetture uniscono un valore storico e culturale inestimabile.</p>
<p>Dal passato più lontano giunge qui l’eco della civiltà: tratti rapidi ed eleganti, incisi migliaia di anni fa su un blocco di pietra da un ignoto artefice del mesolitico, restituiscono il profilo di un bovide, il superbo bos primigenius del “riparo del romito” di Papasidero (quasi certamente un’immagine propiziatoria), offrendo una delle rappresentazioni graffite più antiche del mondo e uno dei più begli esempi di arte rupestre in Italia. Innumerevoli, poi, le civiltà, che qui, come nel resto della Calabria, hanno “scritto” la storia, imprimendo in modo indelebile i segni del proprio passaggio: dai Greci, che, lungo la costa ionica, fondarono Sybaris, l’opulenta città seconda solo a Taranto tra quelle della Magna Grecia, ai Bizantini, che fecero di Rossano, città natale di papi e di santi, un centro religioso e politico di prima grandezza, custode, ancora oggi, di splendide chiese greche e degli ori finemente miniati in una delle pergamene più preziose del mondo, il codex purpureus rossanensis.</p>
<p>La stessa città capoluogo, legata dalla tradizione alla morte del re goto Alarico, che vi avrebbe trovato sepoltura, impreziosita dal bel centro storico, che non a torto viene considerato uno dei più suggestivi d’Italia, conosce vicende analoghe a quelle delle altre province calabresi: un susseguirsi di dinastie e di signori per i quali vessazione e rapina si accompagnano all’ostentata superbia del potere, che lascia in eredità alla terra che opprime anche la magnificenza della sua arte.</p>
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		<title>Le tradizioni</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/le-tradizioni-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:52:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le tradizioni Nel ricco panorama delle sue tradizioni, il territorio della provincia di Cosenza serba aree di eccellenza che affondano le loro radici nelle epoche più remote. Frutto di una identità contadina e pastorale nell’entroterra o di influenze multietniche sulla costa (senza tralasciare le minoranze che, come quella albanese e occitana, da secoli, tra alterne [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Le tradizioni</h1>
<p>Nel ricco panorama delle sue tradizioni, il territorio della provincia di Cosenza serba aree di eccellenza che affondano le loro radici nelle epoche più remote. Frutto di una identità contadina e pastorale nell’entroterra o di influenze multietniche sulla costa (senza tralasciare le minoranze che, come quella albanese e occitana, da secoli, tra alterne vicende, in molti borghi del Cosentino hanno trovato rifugio e accoglienza), l’artigianato artistico manifesta ovunque una straordinaria vitalità ed espressività di contenuti: dalla tessitura, l’attività tradizionale che meglio di altre  rappresenta la composita e profonda interculturalità della regione (straordinari per disegno, policromia e gusto compositivo i tessuti d’arredo realizzati in molti paesi dell’area silana, depositari, come Longobucco, delle antiche tecniche mediterranee, greco-orientali e arabe), all’antica arte orafa (superbamente rappresentata a San Giovanni in Fiore, dove, oltre alla realizzazione di gioielli, si tramanda la lavorazione della filigrana, un tempo utilizzata per impreziosire i costumi folkloristici e le immagini sacre), alla produzione di strumenti musicali a corda (citata nel prestigioso dizionario internazionale di liuteria di René Vannes l’attività di una famiglia artigiana di Bisignano, che si tramanda da secoli, di generazione in generazione, questa nobile arte, producendo strumenti dal suono particolarmente melodioso e vibrante, conosciuti e ricercati da concertisti e collezionisti di tutto il mondo).</p>
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		<title>La Vallja</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/la-vallja/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:37:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[albanesi]]></category>
		<category><![CDATA[danza]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[vallja]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Vallja: una danza per la vita Tra le più suggestive espressioni della cultura popolare degli Albanesi di Calabria è da porre la Vallja, che rievoca la gloriosa vittoria riportata contro i Turchi il 24 aprile 1467 dal condottiero Giorgio Castriota (Gjergj Kastrioti), meglio noto come Skanderbeg (che significa “Principe Alessandro”, cioè emulo di Alessandro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>La Vallja: una danza per la vita</h1>
<p>Tra le più suggestive espressioni della cultura popolare degli Albanesi di Calabria è da porre la <strong>Vallja</strong>, che rievoca la gloriosa vittoria riportata contro i Turchi il 24 aprile 1467 dal condottiero Giorgio Castriota (Gjergj Kastrioti), meglio noto come Skanderbeg (che significa “Principe Alessandro”, cioè emulo di Alessandro Magno) e che si svolge a Civita, a Frascineto e in pochi altri paesi il martedì dopo la Pasqua.<br />
Strenuo difensore della libertà civile e religiosa dell’Albania, Skanderbeg lottò a lungo per difendere la patria e l’Occidente stesso dal pericolo ottomano, ma alla sua morte, nel 1468, la situazione precipitò e molti suoi conterranei furono costretti a lasciare il loro paese natale; dopo le prime migrazioni, legate all’aiuto militare che gli Aragonesi avevano chiesto a Castriota contro gli Angioini, la vera e propria “diaspora” si verificò a seguito dell’invasione dell’Albania da parte dei Turchi.</p>
<p>Ma l’azione del “Principe Alessandro” aveva fatto guadagnare al suo paese la gratitudine dei potenti d’Occidente; perciò fu accolto con benevolenza l’insediamento di comunità di albanesi in varie zone del Regno di Napoli. Gli Italo-Albanesi sono oggi circa ottantamila, sparsi in 7 regioni della penisola e in 51 località; la concentrazione più alta si registra in Calabria, in particolare nella provincia di Cosenza, con ben 32 comuni, situati tra l’altopiano silano e il Pollino. Custodi gelosi della propria identità, gli Arbëreshë conservano la lingua d’origine così come le tradizioni culturali e religiose (sono cristiani di rito ortodosso). Con ciò sono chiarite le origini di una tradizione che potrebbe apparire come mero fenomeno di folklore, una sorta di messa in scena per stranieri (lëtinijtë), avulsa da radici profonde e motivazioni autentiche: la Vallja, l’armoniosa danza circolare eseguita in gruppo da uomini e donne che cantano in coro è, invece, la rappresentazione dell’identità di un popolo.</p>
<p>Vestiti degli splendidi costumi tradizionali (llambador), in un tripudio di colori e di ori, unendosi con le mani o con i fazzoletti, i danzatori, guidati ad ogni estremità da un cavaliere “portabandiera” (flamurtar), si dispongono in semicerchio. Il gruppo, ulteriormente frammentato in gruppi di sei o di dodici danzatori, procede in fila, lentamente, con andatura elegante e sinuosa, fino a quando un flamurtar chiude il cerchio imprigionando al suo interno un non albanese, liberato solo dietro il pagamento di un “riscatto” (una generosa bevuta).<br />
In passato, questo “accerchiamento” simboleggiava, forse, l’atavica contesa, sotterranea ma non troppo, con le comunità locali; più probabilmente, questa danza, lirica e piena di passione, vuole solo rievocare la vittoria contro i Turchi. Il gruppo di danzatori si sposta di continuo, come una schiera di combattenti durante la battaglia; a volte esitante, a volte repentino, con evoluzioni improvvise e manovre avvolgenti, che forse ricordano le tattiche militari di Skanderbeg, il circolo si apre accerchiando il “nemico”, poi, di nuovo in fila, il gruppo si snoda per tutto il paese, fino a giungere nella piazza, dove la danza ha termine.</p>
<p>Il canto è intessuto di melodie cadenzate, come nenie struggenti che accompagnano il sonno del bambino; rimpianto e nostalgia per la patria perduta nelle tristi rapsodie che mettono in scena il dolore profondo di una separazione e i valori condivisi di un’intera comunità: le donne intonano la storia di “Kostantino e Jeruntina” (Kostantino che torna dalla morte pur di onorare la parola data, la besa, uno dei principi fondanti della cultura albanese), mentre gli uomini, sul far della sera, cantano “Skanderbeg una mattina”, una melodia che narra le gesta dell’eroe durante la battaglia di Kruja. Canti antichi, dunque, rievocati per secoli in un rito che, di anno in anno, rinsalda le radici di un popolo che ha deciso di non morire.</p>
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		<title>Il sacro Graal</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/il-sacro-graal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[cultura cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[sacro Graal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra Oriente e Occidente, là dove il ciclo bretone, che narra le gesta di Artù e dei suoi cavalieri, si fonde con la cultura cristiana, brandita in punta di spada dai crociati, nasce la storia del sacro Graal, la coppa che si dice usata da Gesù nell’ultima cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea avrebbe poi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra Oriente e Occidente, là dove il ciclo bretone, che narra le gesta di Artù e dei suoi cavalieri, si fonde con la cultura cristiana, brandita in punta di spada dai crociati, nasce la storia del sacro Graal, la coppa che si dice usata da Gesù nell’ultima cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue riversatesi dal costato del Cristo in croce.<br />
E proprio a Roseto Capo Spulico, angolo remoto all’estremo nord del litorale ionico cosentino, nella fortezza di origine normanna, che Federico II fece ricostruire, sarebbe stato custodito il Graal.<br />
Nel maniero, la cui architettura, secondo alcuni, avrebbe tratto ispirazione da quella del tempio di Gerusalemme, sarebbe stata ospitata anche la Sacra Sindone. Ma il racconto si perde nella notte dei tempi e nell’incerta lettura di pochi indizi sospesi tra storia e leggenda; sono evocati i Templari e i Rosacroce, come sovente accade dinanzi al mistero della spiritualità cristiana. Ed è tutto un fiorire di luoghi, i più disparati, ad accogliere le reliquie provenienti dal Golgota: tra questi anche l’affascinante castello di Roseto, che, svettante con le sue alte torri tra cielo e mare, celebra ancora gli inesplorati arcani dello “Stupor Mundi”.</p>
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		<title>Le tradizioni di Cz</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:22:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secolare e gloriosa la tradizione di artigianato artistico nella provincia di Catanzaro, a cominciare da quella dello stesso capoluogo che, attivissimo crocevia di merci e di scambi, per secoli (dal XIV al XVIII) fu incontrastata capitale della produzione serica e del velluto in tutta l’area mediterranea e anche in alcuni paesi del Nord Europa. Regina [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Secolare e gloriosa la <strong>tradizione di artigianato artistico nella provincia di Catanzaro</strong>, a cominciare da quella dello stesso capoluogo che, attivissimo crocevia di merci e di scambi, per secoli (dal XIV al XVIII) fu incontrastata capitale della produzione serica e del velluto in tutta l’area mediterranea e anche in alcuni paesi del Nord Europa. Regina delle “vie della seta”, attraverso cui i suoi tessuti, denominati “cathasariti” raggiungevano una moltitudine di luoghi, la città era specializzata nella produzione di damaschi, velluti, broccati, che eccellevano per l’altissima qualità, la raffinata eleganza dei disegni e la brillantezza dei colori, ottenuti attraverso l’uso di coloranti naturali.<br />
La qualità delle produzioni seriche era disciplinata da norme severe, finalizzate alla tutela degli acquirenti ma anche delle corporazioni che si occupavano della lavorazione. La stessa crescita urbana della città fu legata alla nobile arte della tessitura e all’ampio indotto: nel territorio circostante le comunità rurali producevano la seta grezza che veniva tessuta dagli artigiani di Catanzaro; e qui, intorno alle varie botteghe di tintori, tessitori, commercianti, si sviluppavano i quartieri, in un fiorire di commerci e di scambi culturali (talune etnie erano, infatti, specializzate in particolari attività: i “greci”, ad esempio, erano abili tessitori, mentre gli ebrei eccellenti tintori).<br />
Dalla fine del XV secolo, l’incontro annuale tra mercanti si svolgeva a Reggio Calabria, nel cui porto giungevano Spagnoli, Veneziani, Genovesi, Olandesi e Francesi (questi ultimi, anzi, nel 1470 fecero in modo che i maestri artigiani catanzaresi andassero a Tours per insegnare lì la loro arte). Tra il XVI e il XVII la produzione serica ebbe la sua più grande fioritura, poi, dal XVIII secolo in poi, il lento declino. La vetusta tradizione della tessitura si custodisce ancora, però, in alcun centri della provincia, tra cui anche Cortale, le cui sete sono richieste anche all’estero, o Tiriolo, noto per i pregiatissimi “vancali” (scialli di lana e di seta). Sempre a Tiriolo molto rinomata pure la lavorazione dei tappeti, dei pizzi al tombolo, dei ricami e dei tessuti realizzati con diverse fibre, tra cui la ginestra. Altrettanto famosa Soveria Mannelli, dove è attiva la più antica industria della lana in Calabria. Una menzione particolare merita, infine,<br />
l’attività figulina, che ha trovato a Squillace, con la produzione di ceramica ingobbiata e graffita (di sicura ascendenza bizantina), un’espressività e una tecnica uniche, tali da farle meritare un disciplinare di produzione dedicato.</p>
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		<title>&#8216;A naca</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/a-naca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:17:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La culla e il sepolcro: &#8216;a naca La lenta cadenza di una marcia funebre, il ritmo doloroso e solenne di un tamburo segnano il passo dei devoti, che nel giorno della Passione accompagnano silenziosi il Cristo: è il corteo della Naca, la celebrazione,che ogni anno, il Venerdì Santo, si svolge a Catanzaro almeno dal XVII [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>La culla e il sepolcro: &#8216;a naca</h1>
<p>La lenta cadenza di una marcia funebre, il ritmo doloroso e solenne di un tamburo segnano il passo dei devoti, che nel giorno della Passione accompagnano silenziosi il Cristo: è il corteo della <strong>Naca</strong>, la celebrazione,che ogni anno, il Venerdì Santo, si svolge a Catanzaro almeno dal XVII secolo (non si esclude, tuttavia, che essa abbia avuto origine dalle ben più remote sacre rappresentazioni di epoca medioevale).<br />
?A naca in dialetto calabrese significa ?la culla?, così come ?annacare? significa cullare, dondolare: i termini, di etimo incerto, denotano comunque un movimento ondeggiante, come quello che si produce facendo oscillare la culla o dondolando tra le braccia il bambino per farlo addormentare. E ondeggiano, infatti, i portatori, quando incedono lenti, sostenendo la portantina su cui giace la statua del Cristo morto, ?a Naca, appunto; ondeggiano i ladroni sotto i flagelli dei Romani che li incalzano; ondeggia Cristo, incerto, sotto il peso della Croce; ondeggia la statua dell?Addolorata, anch?essa trasportata a spalla dai portantini, vestita di nero e trafitta in petto da sette spade, a voler significare i sette dolori della profezia di Simeone.<br />
Dalla chiesa escono i gonfaloni, gli stendardi e le croci penitenziali; a seguire, i ?cruciari? (cioè i figuranti che, portando il peso della Croce, rappresentano Cristo e i due ladroni), i gruppi religiosi e quelli laici, le autorità ecclesiastiche, la ?Naca?, la statua dell?Addolorata preceduta dalla banda, dalle autorità civili e da quelle militari, e, infine, il corteo dei fedeli. Molti dei partecipanti recano sul capo una corona di spine; fra i colori di questo evento religioso, che si svolge, con particolari differenti, in molti paesi, non solo della Calabria, predominano il nero del lutto e il rosso degli abiti talari, dei mantelli romani e di quelli del Cristo morto e del figurante che sale verso il Golgota.<br />
A Catanzaro, almeno fino ai secoli XVII e XVIII, le confraternite e le cappelle delle arti e dei mestieri, che organizzavano la processione, erano tredici; oggi non ne restano che quattro, facenti capo, ciascuna, a una diversa chiesa. Inoltre, fino agli anni Trenta del secolo scorso, vi erano più processioni nello stesso giorno, poiché ciascuna chiesa svolgeva una ?Naca? all?interno del proprio territorio; fu poi presa la decisione di congiungere le diverse  processioni in una sola, disponendo quale, di anno in anno, dovesse uscire a turno dalle quattro Chiese (quelle dell?Immacolata, del Carmine, di S. Giovanni e del Rosario). La presenza degli ordini religiosi e professionali, delle massime autorità civili e religiose, la laboriosa e accurata preparazione, la partecipazione commossa di migliaia di fedeli, la sentita adesione che da secoli viene espressa da generazioni di catanzaresi, tutto questo e altro ancora fanno di questa processione un punto fermo nella vita dell?intera comunità. Nel ?giorno del dolore?, che precede quello ?della gloria?, nella culla, che è anche bara, la vita e la morte trapassano l?una  nell?altra, nell?ambivalenza propria dei simboli e dei misteri che sostanziano da sempre la vita dell?uomo.</p>
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		<title>Dai Normanni ai Greci</title>
		<link>https://www.eccellenzecalabresi.it/dai-normanni-ai-greci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Staff PMC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 13:16:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Greci]]></category>
		<category><![CDATA[Normanni.]]></category>
		<category><![CDATA[parco archeologico di Scolacium]]></category>
		<category><![CDATA[ruderi della Roccelletta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Situato sull’omonimo golfo, il sito su cui insistono il parco archeologico di Scolacium e i ruderi della Roccelletta irradia intorno a sé, come tutti i luoghi di singolare bellezza, un’aura favolosa. Qui, lungo la Riviera che chiamano di Nausicaa, sorgeva Skylletion, che una leggenda vuole fondata da Ulisse: l’eroe omerico, infatti, vi avrebbe fatto naufragio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Situato sull’omonimo golfo, il sito su cui insistono il parco archeologico di Scolacium e i ruderi della Roccelletta irradia intorno a sé, come tutti i luoghi di singolare bellezza, un’aura favolosa. Qui, lungo la Riviera che chiamano di Nausicaa, sorgeva Skylletion, che una leggenda vuole fondata da Ulisse: l’eroe omerico, infatti, vi avrebbe fatto naufragio e proprio nei dintorni, all’interno del territorio dell’istmo, sarebbe stato poi accolto nella corte di Alcinoo, re dei Feaci.</p>
<p>Skylletion fu invece, con molta probabilità, sub-colonia di Crotone, che intendeva sfruttarne la posizione in grado di controllare strategicamente la via di transito dell’istmo. Dopo alterne vicende, nel 123-122 a.C. fu dedotta, sul sito della città greca ormai in decadenza, la colonia romana di Scolacium, che raggiunse il suo massimo splendore nel I secolo d.C. anche ad opera dell’imperatore Nerva (96-98 d. C.), il quale risistemò l’impianto urbano e molti degli edifici pubblici, deducendo la nuova colonia di Minerva Nervia Augusta Scolacium. Scarse e frammentarie le testimonianze relative ai secoli successivi: sappiamo da Cassiodoro (V-VI d.C), a cui diede i natali, che Squillace allora era fiorente, tanto che egli la definì “la più importante città del Bruzio”.</p>
<p>Da quel momento in poi un rapido declino, culminato con l’abbandono nell’VIII secolo a causa delle frequenti incursioni turche. Gli scilletini spostarono l’insediamento, ma questo fu conquistato dai Saraceni nel X secolo e, infine, dai Normanni che, tra la fine dell’XI e la metà del XII, vi edificarono la splendida basilica di Santa Maria della Roccella, situata proprio all’ingresso del parco archeologico di Scolacium (oggi sul territorio di Borgia, separata da Squillace nel 1755).</p>
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