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Venditti, una valigia, poche scuse e molti dubbi
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E tutto è finito con una stretta di mano. Anzi due: una ad Agazio Loiero e l'altra (all'avversario) Peppe Scopelliti. Antonello Venditti chiede scusa (attenzione non ai calabresi ma ai politici) e tutti gli indignati di ieri si sciolgono oggi in un liberatorio "Ah! Pace fatta". Ed è acqua passata, anche se di acqua in questo momento è meglio non parlare in Calabria.
Ma alla fine non sarà che, invece, Venditti aveva ragione? Perchè Dio ha fatto la Calabria?
E mentre me lo chiedo la mia mente "viaggia" verso un'immagine: la valigia di cartone. Un tempo c’era quella. Annodata. Stretta con lo spago, ci raccontavano i nonni. Loro con quella valigia avevano attraversato l’Oceano e le Alpi in cerca di fortuna. Dentro il bagaglio l’“adduru” (l’odore) del salame si mischiava a quello della biancheria (poca probabilmente) pulita, nuova. Era il corredo di sapori e odori che servivano per iniziare la nuova vita: quella dell’emigrante.
Sognavano un futuro diverso, spesso trovavano la morte. Da contadini diventavano operai, minatori. Le mani callose e ingrossate dall’aratro si prestavano a lavori nuovi. Il sudore della fronte irrigava altri campi: quelli dove si seminava per raccogliere quel gruzzolo per farsi la casa nella propria terra, per mantenere la famiglia (la moglie, i figli che non vedevano nascere ma che conoscevano già grandi). Una famiglia che restava “giù”. Giù al Sud. Nel cuore la speranza del ritorno alla terra natia e agli affetti.
Andavano a cercare la loro “Merica” prima che “Nueva York” – così, mi ricordo mio nonno chiamava la Big Apple – venisse direttamente ad affacciarsi dal televisore nelle nostre case made in Calabria. Così, l’America è arrivata da noi prendendo le sembianze di “Sex and the City” e di “Dr. House”. Ora che il piccolo schermo e la vita “sembrano” a colori non ci sono più le valigie di cartone. Sono state sostituite da trolley rullanti verso destinazioni ugualmente lontane. Cambiato il “contenitore”, nuovo è anche il “contenuto”.
Io, nipote di emigrante, mi sono ritrovata ad emigrare a mia volta. Ma per ragioni diverse: intanto per mia scelta. “Fuga dei cervelli” si dice. Direi superata, per certi versi. Ma davvero si parte perché in Calabria non c’è niente? I Calabresi "nel mondo" perché non stanno in Calabria? Perchè fuori "hanno successo" si dice, perchè "nemo profeta in patria" dice il Vangelo (restando in tema). Forse, Dio ha fatto la Calabria per procreare dei figli che da grandi vanno via con la loro valigia e un biglietto di sola andata. La Calabria è ancora terra vergine, ricca di opportunità congelate, in attesa di essere colte. Raccolte come quel frutto che nasce dalla terra solo se questa viene seminata. Io sono partita per vedere, crescere e tornare. Dopo aver imparato altrove ad arare. DA ROMA :(Maria Francesca Rotondaro)

 
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